venerdì 27 gennaio 2017

NUCLEARE PERICOLOSA TRUFFA

Nucleare: la questione irrisolta delle scorie
di Giorgio Nebbia (nebbia@quipo.it)

La questione delle scorie in Italia. Chi è l'ultimo a bruciarsi le dita con il fiammifero acceso, passato di mano in mano? Il Mezzogiorno, naturalmente; la Basilicata, naturalmente, la zona considerata più fragile, più disposta ad accettare qualsiasi cosa per pochi soldi.
Due anni fa, nel novembre 2003, dopo decenni di scelte insediative e produttive sbagliate, dopo decenni di delusioni di progresso e di occupazione mancati, il governo non trovò di meglio che proporre di rifilare alla Basilicata un deposito delle scorie radioattive più pericolose e tossiche, quelle cosiddette di seconda a terza categoria.
Tali rifiuti radioattivi derivano dalle attività dell'industria nucleare, come preparazione di cariche per centrali e reattori nucleari o trattamento del "combustibile" nucleare; essi contengono uranio, plutonio, torio e altri nuclei radioattivi e tossici.
I principali depositi di tali rifiuti si trovano a Saluggia in provincia di Vercelli (dove si trovano circa 80.000 kg di uranio e plutonio); nel centro nucleare della Casaccia, vicino Roma; nello stabilimento di Bosco Marengo (in provincia di Alessandria), nel centro di ricerche di Ispra, sul Lago Maggiore; nel reattore militare Cisam (ex-Camen) di Marina di Pisa.
Inoltre l'Italia deve ritirare dal reattore francese Superphenix, chiuso dopo alcuni anni e alla cui costruzione abbiamo sfortunatamente partecipato, altre 62 tonnellate di uranio e plutonio.
Si aggiunga che l'Italia, nel 1969, con la sua mania di grandezza, si è offerta di trattare il combustibile irraggiato di un reattore americano sbagliato, quello di Elk River, che funzionava usando torio, chiuso dopo pochi anni; del reattore ci siamo così tenuti i residui radioattivi. a Trisaia in Basilicata (1.700 chilogrammi di uranio, torio e plutonio, oltre ai prodotti di fissione);
Fra i rifiuti radioattivi da smaltire vi sono poi i materiali impiegati nei quattro reattori delle centrali elettronucleari costruite in Italia dal 1960 in avanti: Trino Vercellese, in provincia di Vercelli; Garigliano, in provincia di Caserta; Latina, nel Lazio e Caorso, in provincia di Piacenza, durante il funzionamento di tali centrali, ormai ferme dal 1987, dopo il referendum.
L'uranio che è stato caricato all'inizio si è trasformato in parte in plutonio e sia l'uranio sia il plutonio hanno liberato energia con formazione di numerosi prodotti di fissione radioattivi. Si tratta di alcune migliaia di tonnellate di combustibile nucleare "irraggiato" che, per esempio a Caorso, sono state tenute a "raffreddare" in una piscina; altri rifiuti sono stati inviati in Inghilterra per separare uranio e prodotti di fissione che l'Italia dovrà ritirare e mettere in adatti depositi.
Infine, a mano a mano che le centrali, i reattori e gli impianti di trattamento di sostanze radioattive saranno smantellati, si dovrà trovare una sistemazione per altre migliaia di metri cubi di materiali da costruzione divenuti anch'essi radioattivi per fenomeni di "attivazione".
Infine in Italia devono tornare anche le scorie dell'infelice reattore francese Superphenix, chiuso dopo alcuni anni, alla cui costruzione l'Italia aveva partecipato per un terzo del capitale e che quindi è condannata a riprendersi un terzo delle scorie generate.
Il sito Internet www.e-gazette.it/approfondimenti contiene il testo di numerose relazioni tecniche e di atti parlamentari sui rifiuti nucleari ma va detto che le quantità esatte da sistemare sono indicate diversamente dalle varie fonti, talvolta come effettiva quantità di nuclei radioattivi, talvolta come volume delle scorie e dei loro contenitori.
Nel complesso occorre trovare una sistemazione definitiva ai materiali radioattivi italiani oggi in condizioni insoddisfacenti di sicurezza; si tratta di circa 70.000 metri cubi di rifiuti di "seconda categoria", contenenti nuclei radioattivi che devono essere isolati dalle acque e da qualsiasi contatto con essere viventi per almeno 10 o 15 mila anni, con una attività di oltre 10.000 curie (la radioattività di un curie corrisponde a quella emanata da un grammo di radio puro).
Poi ci sono i rifiuti di "terza categoria" contenenti nuclei radioattivi che devono essere sepolti e isolati per almeno 150.000 anni: circa 8.600 metri cubi con una attività di 190.000 curie. Nel corso del decadimento radioattivo i rifiuti generano continuamente calore che deve essere ventilato all'esterno del loro deposito; queste notizie si trovano nel sito Internet www.casaccia.enea.it/taskforce/inventario/ [link non più attivo; vedere questo].
In un altro documento (nel sito Internet www.saluggia.enea.it/seminari/Rapporti/ [link non più attivo; vedere questo]) risulta che in Italia ci sono 200.000 chili di uranio arricchito e 1.700 chili di plutonio; dopo 100.000 anni il plutonio, uno degli elementi presenti nel "combustibile" nucleare, emette ancora il 10 % della radioattività che aveva quando è stato estratto da un reattore. Si tratta di materiali miscelati con altri, di difficile separazione, ma che potrebbero rappresentare una tentazione per chi volesse realizzare armi di distruzione di massa, per atti terroristici, ricatti, eccetera.

Dove metterle?
Una risposta non sono riusciti a trovarla né gli Stati uniti né la Germania, che pure hanno nel sottosuolo rocce e giacimenti geologicamente sicuri; i residui radioattivi, infatti, devono essere sepolti in modo da non venire a contatto con acque sotterranee e con nessuna forma di vita presente e futura per decine o centinaia di secoli; il problema della sepoltura delle scorie radioattive riguarda tutti i paesi che hanno affrontato l'avventura nucleare, sia per la costruzione di bombe atomiche, sia per produrre elettricità commerciale.
Per i tempi lunghissimi ricordati, le scorie nucleari devono essere poste in zone sotterranee costituite da rocce geologicamente stabili, non esposte a terremoti, senza circolazione di acqua e nessun possibile contatto con esseri viventi.
Negli Stati Uniti uno dei sito candidati è stato Carlsbad, nel New Mexico, una zona isolata che ha nel sottosuolo un grande giacimento di sale. Dopo venti anni di controverse inchieste è stata appena avviata la costruzione delle caverne per ospitare, a fini sperimentali, una parte delle scorie.
Un secondo sito proposto si trova in un grande giacimento di rocce vulcaniche nella zona desertica di Yucca Mountain, nel Nevada. Ci sono voluti anche qui venti anni di inchieste parlamentari e di confronto con le popolazioni e ancora tutto è fermo.
Per la sistemazione dei residui radioattivi tedeschi è stata proposta la miniera di sale di Gorleben e anche li le inchieste hanno fermato la costruzione della caverna. Nel sito Internet http://www.emnrd.state.nm.us/main/index.htm si trovano notizie su queste iniziative e sulla difficoltà di trovare adeguate sistemazioni delle scorie.
La caverne scavate nei giacimenti sotterranei di sale sembrano attraenti perché il sale è ben solubile in acqua e se esiste ancora in giacimenti sotterranei dovrebbe significare che per millenni non ci sono state infiltrazioni di acqua.

La rivolta di Scanzano.
Sarà stata per questa storia del sale, che è stato scelto Scanzano come candidato a diventare la sede del deposito unico nazionale delle scorie radioattive italiane. Ed ecco che salta fuori la proposta di seppellire le scorie nucleari italiane più radioattive e più pericolose, proprio a Scanzano, in riva al Mare Jonio, in quella Basilicata, che è stata inquinata dall'industria chimica, dalle discariche e dal centro nucleare di Trisaia.
Uno snello decreto, il n. 314 del 14 novembre 2003, ha stabilito che a Scanzano il "deposito nazionale" di rifiuti radioattivi sarebbe stato posto in un giacimento sotterraneo di sale, entro una caverna in cui le migliaia di tonnellate di sostanze radioattive, alcune ad alta radioattività, avrebbero dovuto restare segregate per secoli e millenni da qualsiasi contatto con l'acqua e con esseri viventi. La caverna, della superficie di un ettaro e alta venti metri avrebbe dovuto essere scavata a 800 metri di profondità nel giacimento di sale che si trova fra due strati di argilla.
I progetti di deposito permanente di scorie radioattive previsti per Yucca Mountain e Carlsbad negli Stati uniti e per Gorleben, in Germania sono stati sottoposti per anni a lunghe inchieste pubbliche che li hanno bocciati. Nessuna informazione e controllo della popolazione è stato fatto per la proposta del cimitero radioattivo di Scanzano. A Scanzano non sono state fatte inchieste pubbliche, non è stata neanche informata la popolazione; per il governo bastava fidarsi dei tecnici "ufficiali" che dicevano che non c'è posto migliore al mondo per il cimitero delle scorie.
Era facile immaginare lo sconvolgimento, la violenza ambientale provocati dai cantieri, dalla movimentazione dei materiali e dal trasporto, per anni, dei pericolosi materiali radioattivi dalle varie zone d'Italia dove oggi si trovano.
Non basta: le scorie sepolte emettono continuamente calore che deve essere ventilato all'esterno, con sistemi che devono funzionare per centinaia di secoli; devono essere vigilate contro l'invasione delle acque e contro azioni terroristiche da una forza militare di vigilanza.
All'annuncio del decreto governativo l'intera civilissima popolazione, che non sapeva niente di plutonio, americio, cesio radioattivi, si è sollevata in una grande protesta contro una decisione presa lontano, a Roma, sulle loro teste, senza che nessuno sapesse niente, destinata a condizionare il territorio, il suo uso futuro, la salute e la sicurezza dell'attuale generazione e di quelle future.
La scelta era sbagliata da tutti i punti di vista: la zona è interessata a grandi vie di comunicazioni ferroviarie e stradali, che uniscono la Puglia, la Basilicata e la Calabria all'Italia settentrionale, cioè all'Europa.
La costa Jonica sta avviandosi faticosamente ad un futuro di sviluppo turistico, sfruttando le uniche risorse che possiede, delle spiagge ancora (abbastanza) in buono stato, un clima e un mare che potrebbero fare della riviera lucana un centro di attrazione turistica di valore europeo per metà dell'anno, grazie anche alle vicine risorse storiche e artistiche. Ma questi sono solo gli aspetti "economici" che sarebbero stati vanificati dal nuovo insediamento, la cui proposta era sbagliata principalmente dal punto di vista tecnico e scientifico.
Ha fatto bene la scrittrice Rossella Montemurro a raccogliere, in un libro intitolato "I giorni di Scanzano", pubblicato dall'Editrice Ediesse di Roma nel 2004, le testimonianze delle ansie, della domanda corale di informazioni e di sicurezza, le interviste, gli articoli di giornali.
Proprio come era avvenuto venti anni prima, davanti alla minaccia di costruzione di centrali nucleari ad Avetrana, Carovigno, a San Pietro Vernotico, a Montalto di Castro, a San Benedetto Po, nel Molise, eccetera, la protesta di Scanzano si è tradotta in una crescita della cultura popolare. La popolazione si è resa conto che le "scorie radioattive" che avrebbero dovuto essere nascoste nelle caverne nel suo sottosuolo, erano il combustibile delle cinque centrali nucleari italiane abbandonate, erano residui di decine di reattori nucleari civili e anche militari in disuso; erano materiali vari tossici e pericolosi depositati a Rotondolla, vicino a Policoro, a poco distanza proprio da Scanzano, a Saluggia, alla Casaccia (vicino Roma).
La popolazione di Scanzano si è chiesta perché era stato scelto proprio il loro paese, ha voluto conoscere quali soluzioni avessero adottato altri paesi nei quali esistevano scorie nucleari e hanno scoperto che neanche Stati uniti, Germania, Francia, Giappone, sapevano dove collocare, in modo soddisfacente, un cimitero "eterno" di rifiuti radioattivi e che anche loro stavano "studiando" il problema.
Quando il "caso Scanzano" è diventato un caso nazionale, quando le televisioni si sono accorte e hanno dato voce alle persone che bloccavano le strade per difendere la salute propria e delle generazioni future, l'Italia ha ascoltato studenti, operai, casalinghe che parlavano con competenza di Yucca Mountain e di Gorleben e dei pericoli della radioattività e del rischio perla salute e la sicurezza degli abitanti attuali e di quelli che sarebbero venuti per decine e centinaia di generazioni future.
Sotto la pressione della protesta popolare il decreto originale fu riscritto, già alla fine del novembre 2003, ed è stato poi convertito nella legge 368 del 24 dicembre 2003, pubblicata nella Gazzetta ufficiale del 9 gennaio 2004. Il nome di Scanzano non figura più in relazione alla sistemazione delle scorie, il che ha dimostrato che la protesta permette di vincere, quando si ha ragione, anche se il problema delle scorie radioattive e dei relativi pericoli non è affatto risolto.
La legge 368 stabilisce che i rifiuti nucleari di III categoria e il combustibile irraggiato, ad alta radioattività, devono essere sistemati in un deposito unico nazionale, un'opera considerata "di difesa militare", e che il sito di tale deposito avrebbe dovuto essere individuato entro un anno dall'emanazione della legge, cioè entro il 10 gennaio 2005.
Credo che tutti gli italiani debbano chiedere con fermezza che non venga mossa neanche una scavatrice, neanche una matita, senza una vasta e dettagliata informazione delle popolazioni interessate, senza un accurato confronto almeno sulle conoscenze e l'esperienza raccolte negli altri paesi. E' necessario per evitare altri errori e dolori e costi futuri ‒ e per ricuperare democrazia.
La Sardegna, la Valle d'Aosta, la Murgia, a cui in precedenza era stato "offerto" l'insediamento del deposito di scorie assegnato poi a Scanzano, avevano detto "no" non perché le popolazioni non vogliono i rifiuti radioattivi nel proprio cortile, ma sono contentissimi se vanno in casa altrui; hanno detto no perché nessuno dei giacimenti di volta in volta indicati possedeva le condizioni di sicurezza richieste per le scorie radioattive.
Del resto in ecologia non esiste una "casa mia" e una "casa altrui"; i grandi problemi ambientali, come, lo smaltimento delle scorie radioattive in depositi adatti e sicuri, possono essere risolti soltanto in spirito di collaborazione e solidarietà, non solo nazionale, ma internazionale.
Solo col contributo di tutti, italiani ed europei, si può alleggerire il peso che grava su Caorso, come quello che grava su Saluggia o Trisaia o Marina di Pisa o Ispra. Forse la vera soluzione sta nel ricupero dell'orgoglio, come comunità internazionale, di essere nazioni "unite" e in pace per affrontare ed evitare i pericoli di una eredità da lasciare a chi abiterà il nostro pianeta nei millenni futuri.
Scanzano per ora si è salvato ma altri paesi potranno essere esposti agli stessi pericoli e conflitti. I giorni di Scanzano hanno dimostrato che un governo non può decidere cose che riguardano la salute, il territorio e il futuro, in tutta fretta, senza informare e consultare le popolazioni interessate, con la minaccia dei vincoli delle servitù militari, per liberarsi delle scorie di una politica nucleare sbagliata, di cui il nostro paese paga i costi senza alcun vantaggio. Stiano quindi attenti i cittadini delle future potenziali "Scanzano" d'Italia, rivendichino con fermezza il diritto all'informazione su decisioni che coinvolgono la sicurezza e la vita dei cittadini di questa e delle future generazioni.

In eredità alle generazioni future.
Tanto più che si fa presto a parlare di "seppellire" migliaia di tonnellate di materiali altamente pericolosi e tossici per decine di migliaia di anni; e supposto anche che si trovi una struttura geologica, sicura da infiltrazioni di acqua e da terremoti, in cui depositare i rifiuti radioattivi, come è possibile, per tempi così lunghi, avvertire le popolazioni che si susseguiranno nel territorio, di non entrare nel deposito, di non scavare nei dintorni ?
Per cercare una risposta a questo problema di comunicazione destinata alle generazioni future, nel 1984 l'ufficio americano preposto alla realizzazione di un sito in cui localizzare le già allora crescenti scorie nucleari chiese consiglio ad un noto studioso di semiologia (la scienza dei modi e dei mezzi con cui comunicare), Thomas Sebeok, che scrisse una relazione intitolata: "Perché e come comunicare con quelli che vivranno fra diecimila anni". Il tema è stato ripreso dall'altrettanto noto semiologo italiano Umberto Eco nello scritto: "Alla ricerca di una lingua perfetta".
Diecimila anni sono un periodo nel quale possono nascere e scomparire interi imperi; appena pochi secoli dopo la fine dei faraoni era scomparsa anche la conoscenza di come leggere i geroglifici. Se dovessimo mettere un avviso, all'ingresso dei depositi di scorie: "Attenzione: non avvicinatevi", in quale lingua dovrebbe essere scritto? con quali caratteri e segni? Già oggi, quando osserviamo le pitture rupestri delle società primitive di poche migliaia di anni fa, ci è difficile capire se i personaggi rappresentati stavano cacciando o ballando o combattendo fra loro. E poi chi dovrebbe tramandare la leggibilità e il significato del messaggio?
Sebeok suggerì che occorrerebbe creare una "casta sacerdotale atomica", in grado e col compito di tramandarsi, nel corso delle 300 generazioni che si susseguirebbero nei diecimila anni considerati, la lingua e il significato di quell'avviso apposto sul cimitero dei rifiuti radioattivi.
E poi su quale supporto fisico l'eventuale messaggio custodito dai sacerdoti atomici potrebbe essere tramandato a tutti gli abitanti del pianeta per 300 generazioni? su piastre di metallo? su monoliti di granito? Non certo su supporti informatici, dal momento che la maggior parte del materiale informatico odierno sarà illeggibile già fra poche diecine di anni. Qualcuno ha suggerito di utilizzare… i papiri, i supporti che ci sono pervenuti quasi leggibili, sia pure in parte ancora incomprensibili, a quattromila anni dalla loro scrittura.
E sarà un bel lavoro, perché si dovranno trasferire alle generazioni future le informazioni sulla pericolosità del contenuto del deposito di scorie radioattive, con tutti i necessari dati, diagrammi e disegni tecnici.
Se includessimo anche queste considerazioni nelle decisioni di politica nucleare, nazionali e internazionali ?

Una modesta proposta. Vorrei concludere con una modesta proposta.
So bene che, passata la tempesta, tutti tornano alle loro occupazioni, in attesa che tocchi a qualcun altro, ma la ricca documentazione sulle scorie nucleari, raccolta dal popolo di Scanzano, meriterebbe di essere conservata e raccolta in un archivio e messa a disposizione di tutti. Ci sono alcuni volonterosi siti in Internet, curati da piccoli gruppi locali, ma finiscono per scomparire nel gran rumore della rete mondiale: e invece occorre ricordare e vigilare.
Come conclude la Montemurro nel suo libro, "la storia continua".


[pubblicato su "Verde Ambiente" novembre-dicembre 2005]